“Negli ultimi decenni il fiore di canapa si è rivelato una componente della pianta di straordinario valore, in quanto la scienza ha progressivamente scoperto il valore terapeutico e salutistico di molti cannabinoidi non psicotropi, a partire dal CBD e dal CBG”

Presidente Croce, lo scorso 4 febbraio a Roma avete presentato un Dossier sullo stato dell’arte del comparto Canapa in Italia. Quali sono le priorità su cui agire?

La priorità fondamentale è chiarire e completare la normativa. E il nodo cruciale è il riconoscimento della possibilità di uso industriale di ‘tutta’ la pianta, fiore compreso. Come abbiamo scritto nel Dossier, la pianta di canapa è sottoposta a un doppio regime: da una parte pianta agricola e industriale, legittimamente coltivabile e trasformabile, e dall’altra pianta da droga, soggetta alla disciplina penale sugli stupefacenti. 

E’ interessante notare che la Convenzione internazionale sugli Stupefacenti, quella siglata nel 1961 a New York e a tutt’oggi in vigore, definisce ‘cannabis’ (per intendersi la pianta da droga) “le sommità fiorite o fruttifere della pianta” ed esclude semi e foglie purché non siano uniti agli apici. Quindi i legislatori italiani ed europei hanno pensato che il doppio regime poteva funzionare perché credevano che l’impiego ‘industriale’ della canapa fosse ancora quello del primo Novecento, limitabile alla fibra o ai semi per uso alimentare, mentre il fiore si poteva ignorare o relegarlo alla normativa stupefacenti, indipendentemente dal suo contenuto di THC.

Ma negli ultimi decenni il fiore di canapa si è rivelato una componente della pianta di straordinario valore, in quanto la scienza ha progressivamente scoperto il valore terapeutico e salutistico di molti cannabinoidi non psicotropi, a partire dal CBD e dal CBG. Oggi, senza l’uso del fiore, non ci sono grandi prospettive di reddito per gli agricoltori. Forse un domani, se riusciremo a produrre ottima fibra tessile con tecnologie avanzate. In ogni caso l’uso della fibra non esclude l’uso del fiore.

In definitiva il nodo da sciogliere è questo: da una parte si identifica la canapa industriale come una pianta a basso contenuto di Thc, ma dall’altra nessun legislatore ha mai definito qual è il limite per distinguere pianta industriale da pianta da droga. La soluzione per uscire dall’ambiguità sarebbe semplicissima: basterebbe dire “sotto lo 0,2% (o meglio lo 0,3%, lo 0,5%, come si preferisce) la Cannabis sativa L. non rientra nella tabella degli stupefacenti e la si può usare in tutte le sue parti, purché non siano destinate alla concentrazione di THC”.

E se non si vuol metter mano al Testo Unico Stupefacenti, basterebbe una postilla alla legge 242 sulla canapa industriale, specificando ad esempio che il sostegno e la promozione della coltura della canapa sono finalizzati alla coltivazione e alla trasformazione (art.1 comma a, ndr) “di qualsiasi parte della pianta”, compresi fiori, foglie, radici e resine, purché ovviamente si tratti di varietà certificate a basso THC e ammesse nel catalogo europeo.

Una delle prossime azioni da compiere dovrebbe essere un tavolo con rappresentanti della politica e ministero per cercare una strategia comune d’azione. Ci sono novità su questo aspetto? E’ stata definita una road map?

L’impegno a convocare il tavolo è stato ribadito anche dal sottosegretario L’Abbate al nostro incontro del 4 febbraio, ma poi non abbiamo ricevuto altre comunicazioni in proposito e non mi risulta ci sia una road map. Del resto è evidente che in questa fase di emergenza del Corona virus, ogni altra iniziativa politica che non abbia carattere di urgenza è congelata.

A Bruxelles si discute di riforma della PAC, dall’Europa si chiede alle aziende un approccio sempre più ‘Green’, quali possono essere i vantaggi di questa riforma per i coltivatori di Canapa? E quali, se ci sono, criticità su cui bisognerebbe intervenire?

I vantaggi possono essere importanti, dato che la canapa ha tutte le carte in regola come coltura idonea al mitigamento dei cambiamenti climatici e al miglioramento dei suoli e quindi a beneficiare dei sostegni complementari per il clima e per l’ambiente.

C’è in proposito uno studio molto interessante dell’Ufficio di Presidenza dell’Uruguay che dimostra con abbondanza di argomentazioni che la canapa soddisfa 15 dei 17 ‘goals’ dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile al 2030 delle Nazioni Unite. Il punto critico è che il sostegno complementare per il Clima e per l’Ambiente non è obbligatorio, ma è lasciato alla decisione dei singoli Stati Membri. Ma ho piena fiducia che l’Italia assumerà con forza questo obiettivo. 


Realizzando una radiografia dell’industria Canapa in Italia, cosa vediamo?

Sono molto franco: l’industria Canapa in Italia ancora non si vede. E in buona parte il motivo si ricollega, come dicevamo all’inizio, all’incompletezza e alle ambiguità dell’attuale normativa. Nessun imprenditore serio investe senza certezze.

Per quanto riguarda la lavorazione industriale delle infiorescenze, abbiamo in Italia almeno una decina di imprese dotate di impianti per l’estrazione del CBD e di altri princìpi attivi – da Canapar in Sicilia al gruppo farmaceutico Indena, al gruppo Inalco col suo impianto nel Pistoiese, a nuovi entranti come Canax nel Pavese o Canapalife a Padova – ma la maggior parte è bloccata da una burocrazia decisamente ostile che si trincera dietro l’interpretazione più restrittiva delle norme internazionali sugli stupefacenti.

Quanto al seme per uso alimentare, solo a gennaio di quest’anno è uscito il Regolamento sul THC negli alimenti. E’ molto restrittivo nei limiti, ma è già una certezza, tanto è vero che finalmente l’industria alimentare italiana aveva iniziato a muoversi, come ci ha assicurato Assitol, c’è stato uno stop a seguito del Coronavirus.

E non è che per la lavorazione degli steli di canapa siamo messi meglio. Mi risultano tre piccoli impianti, tutti attualmente non operativi (spero che qualcuno mi contraddica) – Southemp nel Tarantino, Tecnocanapa in Toscana (impianto mobile) e Assocanapa in Piemonte – e poi qualche prototipo e qualche progetto finanziato dai PSR regionali.

Avevamo un bell’impianto industriale di stigliatura e pettinatura della canapa all’inizio del Duemila in Emilia, dalle parti di Comacchio, finanziato con fondi nazionali e regionali, lo abbiamo lasciato marcire per poi svenderlo a qualche impresa dell’est Europa. In questo caso sono gli investimenti privati che difettano.

Un impianto industriale serio costa qualche milione di euro, richiede un lungo tirocinio prima di essere messo a punto perché non esistono ‘chiavi in mano’  e i margini si ottengono se l’impianto è in grado di operare a pieno ritmo. E quindi occorrono molti contratti con gli agricoltori. Ma qui torniamo da capo: può reggersi il reddito agricolo vendendo solo le paglie di canapa? Io non credo. Per questo è indispensabile che parta la filiera del fiore. Potrebbe essere il volano per tutti i segmenti di mercato della canapa. Proprio come un tempo lo era la fibra lunga di qualità.

Il mercato della Canapa sta crescendo a livello globale con numeri positivi, l’Italia da capofila del dopoguerra nel settore oggi rischia di perdere un treno importante, quale è l’auspicio di Federcanapa per il 2020?

Vorremmo vedere quello che auspicavo all’inizio: una disposizione del Governo, che sia una postilla alla Legge 242 o al Testo Unico Stupefacenti, che finalmente metta in sicurezza gli investimenti industriali sulla canapa in Italia, a partire dall’estrazione di principi attivi per l’alimentare, la cosmesi o la farmaceutica. Sono certo che darebbe un grande stimolo agli investimenti.

Questo è certamente l’auspicio principale. E poi vorremmo vedere realizzarsi altre tre cose: che il Ministero della Salute autorizzi qualcun altro, oltre all’Istituto Farmaceutico Militare, a produrre Cannabis terapeutica, in modo da ampliare know-how e occasioni di reddito nel nostro Paese. Vorremmo inoltre che dopo tre anni di ritardo il Ministero per le Politiche Agricole concedesse finalmente i finanziamenti previsti dalla legge 242 per la ricerca e sviluppo nel settore, magari impegnando assieme ricerca pubblica e privati nello sviluppo di nuove genetiche nazionali (anche queste ci mancano).

E infine vorrei vedere un’impresa meccanica italiana che realizzi una macchina per la raccolta di cime fiorite e steli, idonea anche per le nostre piccole aziende agricole.

Ci sono macchine operanti in Europa e in America, ma sono macchine ‘monstre’, inadatte sia per costi che per dimensioni. Siamo o non siamo leader nella meccanica agricola? Del resto non stiamo parlando di prototipi spaziali, basterebbe una mietilega o un carica-falcia adeguatamente modificati e ridipinti. Se il virus ci consentirà di riprendere la nostra vita abituale entro pochi mesi, sono sicuro che almeno quest’ultimo obiettivo si potrà realizzare. Il resto dipende dalla politica.